Nuovo SBTi Corporate Net Zero Standard V2.0: “Dall’ambizione all’azione”
A giugno 2026 è stato pubblicato il Corporate Net-Zero Standard V2.0 della Science Based Targets initiative. Si tratta di una revisione profonda dello standard: scopri tutti i dettagli in questo articolo.
PUNTI CHIAVE
È uscito il Corporate Net-Zero Standard V2.0. Pubblicato a giugno 2026, entra in vigore il 31 gennaio 2027 con periodo di transizione fino al 31 gennaio 2028.
Il focus si sposta dall’ambizione all’azione. Non basta più fissare obiettivi: la V2.0 richiede governance interna, piano di transizione credibile e assurance di terza parte.
Le principali novità. Nuova categorizzazione delle aziende (Categoria A e B), target Scope 1 e 2 separati, logica di significatività per lo Scope 3, obblighi aggiuntivi per le grandi imprese.
Cos’è il nuovo Corporate Net Zero Standard V2.0
Quando nel 2021 SBTi ha pubblicato la prima versione del Corporate Net-Zero Standard, l’obiettivo era costruire una cornice comune: dare alle aziende un riferimento credibile per fissare obiettivi di riduzione delle emissioni allineati alla scienza. Quello standard ha funzionato: ad oggi oltre 11.000 aziende nel mondo hanno aderito a SBTi e fissato target validati.
La V2.0 è stata viluppata tra aprile 2024 e maggio 2026, ha attraversato due consultazioni pubbliche che hanno raccolto il contributo di oltre 1.800 stakeholder. Lo slogan che accompagna il lancio — from ambition to action — riassume il cambiamento di prospettiva: non basta dichiarare un obiettivo, bisogna dimostrare di saperlo raggiungere.
Quando entra in vigore il nuovo Corporate Net Zero Standard V2.0?
Lo standard entrerà in vigore il 31 gennaio 2027, con un periodo di transizione fino al 31 gennaio 2028 durante il quale le aziende potranno ancora validare i propri target secondo la versione precedente.
Uno standard più concreto, più accessibile, più adattabile
La V2.0 non è solo una revisione dei criteri tecnici. Il 42% delle sezioni è completamente nuovo; il restante 58% è stato modificato o ampliato in modo sostanziale. Nella pratica, le aziende troveranno uno standard con una struttura più leggibile, requisiti meglio differenziati in base alla dimensione e alla complessità dell’organizzazione, e una logica che accompagna l’intera filiera delle emissioni — dalla governance interna alla catena del valore.
Le novità principali riguardano sei aree: la categorizzazione delle aziende, la governance net-zero, i target di Scope 1 e 2, la logica dello Scope 3, gli obblighi aggiuntivi per le grandi imprese, e il ruolo delle rimozioni di carbonio.
Nuova categorizzazione delle imprese
La V1 prevedeva un percorso semplificato dedicato alle PMI. La V2.0 supera questa distinzione e introduce due categorie di imprese (Categoria A e Categoria B), determinate sulla base di dimensione aziendale, localizzazione geografica ed emissioni.
Categoria A
Rientrano nel primo gruppo, ovvero la Categoria A:
- le imprese di qualsiasi Paese che registrano almeno 450 milioni di euro di fatturato netto oppure almeno 1.000 dipendenti (FTE);
Oppure:
- le imprese con capogruppo in un Paese ad alto reddito che soddisfano almeno una delle seguenti condizioni:
- emissioni Scope 1 e Scope 2 pari o superiori a 10.000 tCO₂e tonnellate di CO2 equivalente;
- almeno due tra: totale attivo pari o superiore a 25 milioni di euro, fatturato netto pari o superiore a 50 milioni di euro e almeno 250 dipendenti.
Da notare come le soglie, almeno in parte, coincidano con quelle della CSRD semplificata dal pacchetto Omnibus.
Categoria B
Le imprese che non soddisfano tali criteri rientrano nella Categoria B.
Cosa comporta la nuova categorizzazione delle imprese
Le imprese appartenenti alla Categoria A sono infatti soggette a requisiti più stringenti, tra cui il calcolo delle attività ad alta intensità emissiva (EIA), l’obbligo di assurance della carbon footprint e dei risultati di riduzione conseguiti, nonché l’acquisto di rimozioni permanenti di CO₂ a partire dal 2035 (si veda il paragrafo dedicato).
Parallelamente, la V2.0 elimina il percorso semplificato precedentemente riservato alle PMI, che si basava esclusivamente sulla dimensione anagrafica dell’impresa. L’introduzione della soglia di 10.000 tCO₂e di emissioni Scope 1 e 2 comporta infatti che anche aziende di dimensioni relativamente contenute possano essere classificate in Categoria A qualora presentino un’elevata intensità emissiva, rendendo il sistema maggiormente orientato all’impatto climatico effettivo dell’organizzazione piuttosto che alle sole dimensioni economiche o occupazionali.
La governance net-zero diventa un prerequisito
Nella V1, la governance era implicita. La V2.0 la rende esplicita e obbligatoria: il capitolo sulla governance net zero introduce per la prima volta criteri dedicati alla responsabilità del board e alla pianificazione della transizione.
In concreto, le aziende devono dimostrare che esiste una responsabilità a livello apicale per gli obiettivi SBTi — non una dichiarazione di intenti, ma un’attribuzione formale di accountability. Devono inoltre produrre un piano di transizione credibile, che diventa un prerequisito per la validazione dei target, non un documento opzionale da allegare.
Questo cambiamento ha implicazioni pratiche rilevanti: avere un target SBTi approvato non sarà più sufficiente senza poter dimostrare come l’azienda intende raggiungerlo, chi ne è responsabile e con quali risorse. Per molte organizzazioni, questo richiederà un lavoro interno di strutturazione dei processi prima ancora di affrontare la validazione tecnica.
Scope 1 e Scope 2: target separati e location-based
La V1 richiedeva un target combinato Scope 1+2. La V2.0 introduce target separati per le due categorie di emissioni dirette e indirette da energia.
Per lo Scope 1 — emissioni dirette dell’azienda — sono ora disponibili anche percorsi specifici per i settori con asset a vita lunga, dove una riduzione lineare non è sempre praticabile (si pensi agli impianti industriali con cicli di ammortamento decennali).
Per lo Scope 2 — emissioni legate all’energia acquistata — la novità più rilevante è che i target devono essere calcolati esclusivamente sulla base dell’inventario fisico, ovvero il metodo location-based. L’approccio market-based (che consente di ridurre virtualmente le emissioni Scope 2 acquistando certificati di energia rinnovabile) non può più essere usato come base per il target, ma resta valido come strumento di implementazione all’interno di una gerarchia di azioni ben definita.
Scope 3: dalla percentuale alla significatività
La gestione delle emissioni indirette lungo la catena del valore era uno degli aspetti più critici della V1, spesso aggirata con soglie di copertura minime. La V2.0 cambia logica in modo sostanziale.
Non si parla più di coprire una certa percentuale delle emissioni Scope 3. Si introduce il principio di significatività: l’azienda deve includere nel perimetro del proprio target tutte le categorie di Scope 3 (categorie 1–14) che superano il 5% delle emissioni totali di quella fascia. In pratica, se una categoria è rilevante, non si può escluderla senza una giustificazione formale.
Per alcune categorie specifiche (3, 7, 8, 9, 10, 14) è prevista la possibilità di esclusione, ma solo quando l’azienda non ha la capacità pratica di influenzare quelle emissioni, e con obbligo di rendicontare e motivare ogni esclusione.
Obblighi aggiuntivi per la Categoria A
Le aziende classificate in Categoria A — grandi imprese o imprese con emissioni particolarmente significative — devono rispettare tre requisiti che non si applicano alle imprese di Categoria B.
Il primo riguarda le attività ad ad alta intensità emissiva (Emissions-Intensive Activities, EIA): le aziende Categoria A devono identificarle, quantificarle e rendicontare quelle che rappresentano almeno il 5% delle emissioni Scope 3. Non basta sapere che esistono; occorre misurarle e dichiararle.
Il secondo introduce l’obbligo di assurance di terza parte sugli inventari GHG, sui metodi di target setting e sui progressi verso gli obiettivi. Si tratta di una limited assurance — non una certificazione piena — ma il principio è chiaro: i dati che supportano un percorso net-zero devono poter essere verificati da un soggetto esterno e indipendente.
Il terzo è strutturale e guarda al futuro: a partire dal 2035, le aziende Categoria A avranno l’obbligo di acquistare rimozioni di carbonio certificate per neutralizzare le emissioni residue. Le compensazioni tradizionali (carbon credits su evitamento di emissioni) non saranno più sufficienti: serviranno rimozioni fisiche e permanenti, che oggi hanno costi ancora significativi ma sono destinate a diventare un elemento strutturale dei bilanci aziendali.
Come possiamo supportarti
Lo standard entra in vigore a gennaio 2027, con periodo di transizione fino a gennaio 2028, ma il lavoro preparatorio — mappatura delle emissioni, costruzione della governance, identificazione della categoria di appartenenza, revisione della strategia Scope 2 e 3 — richiede mesi, non settimane.
Ollum supporta le aziende nella definizione e validazione dei target SBTi. Per chi ha già target approvati sotto la V1, affianchiamo l’analisi del gap rispetto ai nuovi requisiti. Scopri come supportiamo le aziende nel percorso di definizione degli obiettivi SBTi.







