Approvvigionamento sostenibile: cos’è, vantaggi e strategie
Integrare criteri ambientali, sociali e di governance negli acquisti aiuta le aziende a conoscere meglio i propri fornitori, ridurre i rischi e rendere la catena di approvvigionamento più trasparente e resiliente.
Una parte rilevante degli impatti e dei rischi ESG di un’impresa può dipendere da materie prime, componenti e lavorazioni affidate a soggetti esterni.
In questo articolo vedremo cos’è l’approvvigionamento sostenibile, perché è importante valutare i fornitori e come integrare questi criteri nei processi aziendali.
PUNTI CHIAVE
L’approvvigionamento sostenibile integra criteri ESG nella selezione, nella qualifica e nel monitoraggio dei fornitori
La valutazione dovrebbe concentrarsi sulle forniture più rilevanti per impatto, rischio, valore economico e continuità operativa
Questionari, rating e audit sono realmente utili quando i risultati incidono sulle decisioni di acquisto e sui percorsi di miglioramento
Che cos’è l’approvvigionamento sostenibile
L’approvvigionamento sostenibile è il processo con cui un’azienda integra criteri ambientali, sociali e di governance nelle proprie decisioni di acquisto e nella gestione dei rapporti con i fornitori.
Ai tradizionali parametri di prezzo, qualità, affidabilità e tempi di consegna vengono quindi affiancate valutazioni relative agli impatti ESG della fornitura e dell’impresa che la realizza.
L’obiettivo non è semplicemente acquistare prodotti definiti “green” o preferire fornitori in possesso di una certificazione. Una politica di acquisti sostenibili richiede di considerare gli impatti ambientali, sociali e di governance lungo il rapporto di fornitura e di utilizzare queste informazioni nelle decisioni di acquisto.
Secondo il Barometro degli acquisti sostenibili 2024 di EcoVadis e Accenture, oltre il 70% delle imprese considera il raggiungimento degli obiettivi e degli impegni aziendali di sostenibilità uno dei principali fattori che orientano le scelte di approvvigionamento. Il dato mostra come i criteri ESG siano ormai sempre più integrati nelle strategie della funzione acquisti, anziché essere trattati come un elemento separato.
Rappresenta quindi una componente della gestione più ampia di una supply chain sostenibile: interviene in particolare sulle decisioni di acquisto e sui rapporti con fornitori e subfornitori, influenzando la provenienza delle risorse, i materiali impiegati, le modalità produttive, le emissioni indirette e il livello di tracciabilità della filiera.
Il concetto viene indicato anche come procurement sostenibile o sustainable procurement. Rappresenta una delle applicazioni più concrete della sostenibilità aziendale, perché permette di estendere gli obiettivi ESG oltre le attività direttamente controllate dall’impresa.
Quali aspetti ESG valutare negli acquisti
I criteri da applicare dipendono dal settore, dalla tipologia di fornitura e dai rischi ESG associati. In generale però, la valutazione può comprendere tre aree.
Gli aspetti ambientali riguardano, ad esempio, le emissioni di gas serra, i consumi energetici e idrici, l’utilizzo delle materie prime, la gestione dei rifiuti, le sostanze pericolose, la provenienza dei materiali e gli effetti su biodiversità e territorio. L’analisi non dovrebbe limitarsi alle caratteristiche del prodotto acquistato, ma considerare anche gli impatti ambientali generati durante l’estrazione delle risorse, la produzione e il trasporto.
La dimensione sociale comprende invece condizioni di lavoro, salute e sicurezza, rispetto dei diritti umani, contrasto al lavoro minorile e forzato, parità di trattamento e gestione dei lavoratori lungo la catena di fornitura.
Gli aspetti di governance includono conformità normativa, trasparenza, prevenzione della corruzione, tracciabilità delle forniture, controllo dei subfornitori e disponibilità di policy, responsabilità e dati verificabili.
Vantaggi del procurement sostenibile: perché è importante
Il procurement sostenibile offre vantaggi concreti perché migliora la qualità delle decisioni di acquisto, rende più visibili dipendenze e criticità della filiera e consente di utilizzare i dati dei fornitori per obiettivi di rendicontazione, decarbonizzazione e conformità normativa. Nei rapporti più strategici, può inoltre favorire innovazione condivisa su materiali, logistica e processi produttivi.
Questi vantaggi sono particolarmente rilevanti perché una parte significativa dei rischi ESG e degli impatti di un’azienda può originarsi al di fuori dei suoi confini diretti. Materie prime, componenti, lavorazioni esternalizzate e servizi acquistati possono incidere sulla continuità operativa, sulla reputazione, sulle emissioni e sulla capacità di rispettare requisiti normativi e commerciali.
La valutazione dei fornitori consente di rendere visibili queste dipendenze e di concentrare gli interventi sulle aree più rilevanti.
Ridurre i rischi ESG nelle catene di approvvigionamento
Le filiere internazionali possono essere articolate su più livelli e dipendere da materie prime, componenti o lavorazioni concentrate in pochi Paesi. Conflitti, tensioni commerciali, restrizioni alle esportazioni, variazioni dei costi energetici e problemi logistici possono quindi tradursi rapidamente in ritardi, aumenti dei prezzi o interruzioni della produzione.
Un esempio evidente è stato l’inizio della guerra tra Russia e Ucraina nel 2022, che ha determinato forti tensioni sui mercati energetici e su alcune materie prime, oltre a sanzioni, restrizioni commerciali e difficoltà logistiche. Per molte imprese, questo ha reso evidente il rischio di dipendere eccessivamente da pochi Paesi, fornitori o rotte di approvvigionamento.
A questi fattori si aggiungono i rischi ESG, come violazioni dei diritti dei lavoratori, condizioni di sicurezza inadeguate, inquinamento, deforestazione, emissioni elevate, corruzione e scarsa tracciabilità.
Valutare i fornitori permette di individuare:
- forniture essenziali difficili da sostituire
- concentrazioni geografiche
- materie prime particolarmente critiche
- dipendenze da singoli fornitori
- livelli insufficienti di trasparenza
- possibili criticità ambientali, sociali o reputazionali
L’obiettivo non è escludere automaticamente i soggetti più esposti, ma disporre delle informazioni necessarie per diversificare gli approvvigionamenti, predisporre alternative e definire azioni di prevenzione e miglioramento.
Rispondere alle richieste di clienti, banche e grandi gruppi
Le grandi aziende raccolgono sempre più spesso dati ESG dai propri fornitori attraverso questionari, audit, piattaforme e rating. Possono richiedere informazioni su emissioni, consumi, sistemi di gestione, salute e sicurezza, diritti umani, tracciabilità e politiche aziendali.
Tra gli strumenti più utilizzati rientrano EcoVadis, CDP, Open-es e i questionari sviluppati direttamente dai committenti. Questi sistemi aiutano a confrontare fornitori diversi, individuare le aree più critiche e monitorare i progressi. Per il fornitore, la qualità delle risposte e delle evidenze può incidere sulla qualifica, sulla partecipazione alle gare e sul mantenimento del rapporto commerciale.
Anche banche e finanziatori hanno bisogno di dati più strutturati sulle aziende clienti. Le linee guida EBA sulla gestione dei rischi ESG richiedono infatti agli istituti finanziari di valutare i rischi ambientali, sociali e di governance delle proprie controparti. Ciò non introduce direttamente un obbligo di approvvigionamento sostenibile per le imprese, ma rende sempre più utile conoscere gli impatti e le emissioni associate alla catena del valore.
Individuare inefficienze e opportunità di miglioramento
La valutazione dei fornitori non ha soltanto una funzione di controllo. I dati raccolti possono mettere in evidenza materiali particolarmente impattanti, consumi elevati, imballaggi eccessivi, trasporti inefficienti, scarsa disponibilità di informazioni o dipendenze che non erano state considerate.
Il confronto con i fornitori può quindi favorire l’impiego di materiali alternativi, la riduzione degli scarti, l’ottimizzazione della logistica e la progettazione congiunta di soluzioni meno impattanti.
Nei rapporti strategici, accompagnare un fornitore in un percorso di miglioramento può risultare più efficace della sua semplice sostituzione.
Come implementare una strategia di approvvigionamento sostenibile
L’approvvigionamento sostenibile non richiede di sottoporre immediatamente tutti i fornitori allo stesso livello di analisi. Il processo dovrebbe partire dalle categorie di acquisto più rilevanti, definire criteri proporzionati ai rischi e integrare progressivamente i risultati nelle decisioni aziendali.
1. Mappare e segmentare i fornitori
Il primo passaggio consiste nel ricostruire la base fornitori e individuare le forniture che meritano maggiore attenzione. Oltre al volume di spesa, è utile considerare:
- rilevanza della fornitura per il processo produttivo
- difficoltà di sostituzione del fornitore
- Paese di origine e localizzazione degli stabilimenti
- tipologia e provenienza delle materie prime
- possibili impatti ambientali e sociali
- esposizione a specifici obblighi normativi
- peso della fornitura sulle emissioni indirette dell’azienda
Questa analisi permette di suddividere i fornitori per livello di rischio e importanza strategica. Un produttore da cui dipende un componente essenziale richiederà, ad esempio, una valutazione più approfondita rispetto a un fornitore occasionale di beni facilmente reperibili.
2. Definire criteri, dati e strumenti di valutazione
Una volta individuati i fornitori prioritari, l’azienda deve stabilire quali requisiti applicare e quali informazioni raccogliere. I criteri dovrebbero riflettere i rischi effettivi della categoria merceologica: chiedere gli stessi dati a un produttore di materie prime, a un’impresa di trasporto e a un fornitore di servizi difficilmente produrrebbe valutazioni utili.
Le informazioni possono essere raccolte attraverso questionari ESG, policy e codici di condotta, certificazioni, sistemi di gestione e dati relativi a emissioni, consumi e rifiuti. A seconda del livello di rischio, l’azienda può richiedere anche documenti sulla tracciabilità delle materie prime, ricorrere a rating e piattaforme esterne oppure svolgere audit documentali e verifiche presso gli stabilimenti.
I documenti dovrebbero essere utilizzati come evidenze, non come semplici dichiarazioni. Un sistema di scoring può poi aiutare a confrontare i risultati, individuare le carenze e assegnare priorità agli interventi.
Piattaforme come EcoVadis permettono alle imprese di valutare in modo standardizzato le performance ESG dei partner commerciali. CDP, sviluppato dall’organizzazione no profit Carbon Disclosure Project, può invece essere particolarmente utile per approfondire aspetti climatici e ambientali, come emissioni, acqua e foreste.
3. Integrare i risultati negli acquisti e nel monitoraggio
La raccolta dei dati produce valore solo quando influenza concretamente il processo di approvvigionamento. I risultati della valutazione possono essere utilizzati per:
- qualificare nuovi fornitori
- introdurre criteri ESG nelle gare e nelle richieste di offerta
- attribuire punteggi premianti
- inserire requisiti e clausole nei contratti
- definire azioni correttive
- predisporre alternative per le forniture più critiche
- verificare periodicamente i miglioramenti
Una valutazione negativa non deve comportare automaticamente l’esclusione del fornitore. Nei rapporti strategici può essere più efficace definire un piano di miglioramento con obiettivi, responsabilità e scadenze verificabili. Formazione, confronto tecnico e condivisione di strumenti possono aiutare anche i fornitori meno strutturati a produrre dati più affidabili e ridurre progressivamente i propri impatti.
Il sistema deve infine essere aggiornato nel tempo. Cambiamenti normativi, nuovi Paesi di approvvigionamento, modifiche alle materie prime o tensioni geopolitiche possono alterare rapidamente il profilo di rischio di una fornitura.
Il ruolo della ISO 20400 nel procurement sostenibile
La ISO 20400 è lo standard internazionale che fornisce linee guida per integrare la sostenibilità nelle politiche e nei processi di acquisto. Si rivolge alle organizzazioni di qualsiasi dimensione e aiuta a collegare le decisioni del procurement agli obiettivi ambientali, sociali ed economici dell’impresa. La versione ISO 20400:2017 è stata confermata nel 2023 e rimane quella attualmente in vigore.
La norma propone un approccio basato sulla rilevanza e sul rischio: l’azienda deve individuare le categorie di acquisto prioritarie, coinvolgere le funzioni interessate e considerare gli impatti lungo il ciclo di vita di beni e servizi.
La ISO 20400 non è una norma certificabile, ma può essere utilizzata come riferimento per valutare il livello di maturità e di allineamento dei processi di acquisto sostenibile. L’assessment può aiutare l’azienda a individuare eventuali gap, definire una politica di approvvigionamento sostenibile, assegnare ruoli e responsabilità e integrare criteri ESG nelle procedure di acquisto e nella gestione dei fornitori.
Approvvigionamento sostenibile ed emissioni Scope 3
Per molte imprese, una parte rilevante della carbon footprint si genera al di fuori delle attività direttamente controllate. Nello Scope 3 rientrano infatti le emissioni indirette della catena del valore, comprese quelle associate a materie prime, componenti, beni e servizi acquistati.
Il calcolo può inizialmente basarsi su dati medi e valori economici, ma per individuare le azioni di riduzione più efficaci servono informazioni progressivamente più precise dai fornitori. L’azienda può quindi richiedere dati sui consumi e sulle emissioni, promuovere l’utilizzo di materiali meno impattanti e introdurre criteri climatici nelle gare e nei contratti.
Il coinvolgimento dei fornitori assume un ruolo centrale anche nel Corporate Net-Zero Standard V2.0 di SBTi. La nuova versione introduce approcci più differenziati in base alle dimensioni, al contesto e alle caratteristiche delle imprese, comprese quelle con catene del valore complesse e un peso elevato delle emissioni Scope 3. Rafforza inoltre il passaggio dagli obiettivi alle azioni concrete: le aziende devono utilizzare le leve disponibili per ridurre le emissioni nelle proprie attività e lungo la catena del valore, ad esempio coinvolgendo i fornitori, acquistando materiali a minore intensità emissiva e monitorando periodicamente progressi e ostacoli.
Le normative che incidono sull’approvvigionamento sostenibile
Diverse normative europee richiedono alle imprese di raccogliere informazioni dai fornitori, verificare l’origine delle materie prime e controllare specifici impatti ambientali e sociali. Gli obblighi cambiano in base al settore e al ruolo dell’azienda nella filiera.
CSDDD: due diligence ambientale e sui diritti umani
La Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) richiede alle imprese di dimensioni molto elevate di individuare, prevenire e mitigare gli impatti negativi sull’ambiente e sui diritti umani, concentrando le verifiche sulle aree della catena del valore in cui i rischi sono più probabili o gravi.
EUDR: origine e tracciabilità delle materie prime
Il Regolamento EUDR riguarda bovini, cacao, caffè, olio di palma, gomma, soia, legno e relativi derivati. Le imprese che immettono per prime questi prodotti sul mercato europeo devono raccogliere dati sull’origine e sulla geolocalizzazione delle aree di produzione e svolgere la due diligence prevista. Gli operatori a valle sono invece soggetti soprattutto a obblighi di tracciabilità e conservazione delle informazioni.
CBAM: emissioni dei prodotti importati
Il Regolamento CBAM richiede agli importatori interessati di quantificare le emissioni incorporate in merci come cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno. Diventa quindi essenziale ottenere dai produttori extra-UE dati completi e verificabili sulle emissioni di produzione.
Regolamento Batterie e Passaporto Digitale di Prodotto
Requisiti di tracciabilità e raccolta dati lungo la filiera sono presenti anche in altre normative, come il Regolamento sulle batterie, le regole sui minerali provenienti da zone di conflitto e i futuri sistemi di Passaporto Digitale di Prodotto.
Questi obblighi non riguardano esclusivamente le aziende che rientrano direttamente nel campo di applicazione delle norme. I grandi gruppi trasferiscono spesso le richieste lungo la filiera attraverso questionari, clausole contrattuali e richieste documentali. Anche una PMI può quindi essere chiamata a fornire informazioni su origine dei materiali, emissioni, tracciabilità o condizioni di produzione per mantenere la qualifica come fornitore.
Come possiamo supportarti
Il punto di partenza è individuare le categorie di acquisto e i fornitori più rilevanti per impatto, rischio e continuità operativa, evitando di applicare lo stesso livello di approfondimento all’intera base fornitori. Da qui è possibile definire criteri ESG proporzionati, raccogliere dati ed evidenze, confrontare le performance e integrare i risultati nei processi di qualifica, acquisto e monitoraggio.
Ollum supporta le aziende nella mappatura e segmentazione dei fornitori, nella definizione dei criteri di valutazione, nella predisposizione di questionari e sistemi di scoring e nell’analisi delle evidenze raccolte. Contattaci per impostare un percorso di valutazione ESG dei fornitori.
Il percorso può includere anche il supporto su piattaforme e rating come EcoVadis, oltre alla definizione di azioni correttive e piani di miglioramento per i fornitori prioritari. Queste attività possono inoltre rientrare in un percorso più ampio di consulenza ESG
La valutazione non si conclude con l’assegnazione di un punteggio, ma diventa un processo continuativo da aggiornare in base ai cambiamenti nelle forniture, nelle normative e nel contesto geopolitico. In questo modo l’azienda può rafforzare progressivamente la trasparenza, la resilienza e le performance ESG della propria catena di approvvigionamento.
Fonti:
Barometro degli acquisti sostenibili 2024, Ecovadis: https://resources.ecovadis.com/it/whitepaper/barometro-degli-acquisti-sostenibili-2024








